Warcraft: l’inizio

Cosplay ad alto budget

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Qui non c’entra “Il signore degli anelli”. Diciamolo adesso. Subito. Prima che comincino i paragoni.
Che gli orchi mica se li sono inventati lì. Quindi puo’ esistere un concetto di orco diverso da quello di Tolkien prima e di Jackson dopo.
Deve esistere.
Esiste infatti.
C’ha le zanne, le manone, e’ verde acido.
E a volte buono.
Lo dipinge così, “Blizzard”, nel suo “Warcraft” prima, e “World of Warcraft” dopo.
E ne segue fedele la scia il buon Duncan Jones, regista dello splendido “Moon”, e dell’altrettanto splendido “Warcraft: l’inizio”.
Giudicare “Warcraft” come un film fine a se stesso e’ tendenzialmente disonesto.
“Warcraft” e’ prima di tutto un videogioco. Famoso, epico, con una lore altrettanto epica. Il film e’ un omaggio al mondo di Azeroth. Epico pure lui, fedele, coerente, soprattutto corretto.
Questo ci si deve aspettare e questo si ottiene.
“What u see is what u get”. Azeroth, l’alleanza, l’orda, i maghi.
Così e’ scritto.
Così doveva essere fatto.
Così ci piace da matti.
Guardatelo se conoscete il mondo di “Warcraft”: c’è tutto quello che volete che ci sia. Guardatelo anche se “Warcraft” non lo conoscete. Imparerete a conoscerlo e magari ne uscirete contenti.

Attack on Titan

tra manga e videogame

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Prima di dileguarmi verso qualche spiaggetta sperduta, volevo lasciare esile traccia del mio passaggio con un ultimo consiglio per le calde sere estive.
Che se non avete di meglio da fare un bel “filmone jappissimo” con i titani che mangiano le persone, sicuramente si presta ad un cazzeggio delirante e afoso.
Magari con gelato a seguito e aria condizionata.
Io l’ho provato.
Senza gelato.
Il filmone jappissimo si chiama “Attack on titan” e arriva fresco fresco dal resto del mondo (che al solito qui in italia per ora non lo importano).
Il filmone jappissimo ve lo dovete guardare in lingua originale sottotitolato english.
Ne vale la pena.
Benchè Imdb lo releghi ad una quasi sufficienza.
Ne vale la pena , ma se, e solo se, il concetto dei giganti desnudi che mangiano i soldati giapponesi e in qualche caso li rivomitano, in un tripudio di fumi, sangue e bavette varie, vi aggrada.
A me aggrada.
Mi aggrada la storia (tratta da manga a me sconosciuto) di un futuro post apocalittico in cui le città sono circondate da mura altissime per evitare le incursioni dei titani mangia-uomini.
Mi aggrada il tripudio di effetti speciali.
Mi aggradano i faccioni dei giganti, inquietanti come pochi nella loro semplicità.

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Non mi aggrada, per restare in tema, il fatto di dover aspettare l’uscita del secondo ed ultimo episodio.
Perchè la storia intriga, e l’hangover finale lascia con la voglia di continuare per ore la visione.
Pazienza. Ora è tempo di spiagge. Se ne riparlerà in autunno.

Eden Lake

scontri generazionali

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Così mi capita tra mano e zampa questo “Eden lake”…. la fascetta promette un “rape and revenge”.
Ed effttivamente è un “rape and revenge”.. senza il “rape”…e con poca “revenge”.
Poca-vendetta-poca, per sta poveraccia protagonista a cui capita veramente di tutto.
E questa mia sensazione del poca-vendetta-poca, sta inesorabilmente a significare che il film funziona….eccome.
Ad un certo punto sei talmente immedesimato ed hai accumulato talmente tanta rabbia per le ingiuste sorti della coppia di fidanzati protagonisti che vorresti le teste degli antagonisti su un piatto d’argento. Solo che non va così.
O almeno non abbastanza per i miei gusti. C’è da dire ,a contraltare, che i cattivi sono una baby gang.
E questo complica le cose e fa pensare.
“Complica e fa pensare”…cose buone per un thriller-horror dei giorni nostri passato ingiustamente quasi in sordina…e non si capisce il perchè…anche questo fa pensare.
Il film, se non si è capito, è strepitoso.
Un riuscito mix tra “alta tensione” e “l’ultima casa a sinistra”.
La storia, vista e rivista, dei due ragazzotti innamorati, in picnic sul laghetto romantico, attaccati ingiustamente dai villain della situazione, ha una svolta importante proprio grazie alla scelta anomala sulla figura dei cattivi di turno: una gang di adolescenti bullissimi con famiglia bullissima a seguito.
Finale prevedibile ma comunque angosciante.
Da vedere assolutamente.

Gantz, l’inizio

Mena che ti passa

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Non sia mai che, una volta che i nostri distributori si degnano di portare in Italia, e in italiano, un film jappo controcazzuto, qui sul Cinemanometro non si celebri l’evento.
Che soffriamo la mancanza di prodotti simili, come quella della doccia dopo un mese di maratone.
“Gantz , l’inizio”, ci fa capire, gia’ dal titolo, che si preannuncia almeno un seguito.
Lo capiamo anche dal finale della storia, che, dopo due ore di visione, ci abbandona felicemente a meta’.

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Si parte alla grande, che il culo giapponese della protagonista è sicuramente sintomo di buon auspicio.
Poco altro da dire sulla trama: i protagonisti muoiono subito, nei primi 3 minuti di film, e si ritrovano in una stanza bianca, finemente arredata Ikea, in compagnia di una palla nera.
La palla nera in questione è il Gantz del titolo.
Gantz affida missioni ai morti, che tornano in vita e devono affrontare gli alieni sulla terra.
Armati di tutto punto, i protagonisti morti-redivivi e gli alieni suddetti, si scontrano in combattimenti super-spettacolari e super-gore.

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Se i redivivi vincono guadagnano punti, se perdono muoiono definitivamente. Con i punti, come nella migliore tradizione Conad si vincono premi, tra questi, la possibilità di poter tornare ad una vita normale, slegata dall’ingombrante sferica presenza.
Il film e’ tratto da un manga, che io, non leggendo manga, non conosco.
Dico però che mi sono divertito un sacco.

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I 120 minuti scorrono fluidi, i cattivi sono sostanzialmente tre, e ad ognuno è dedicata una buona mezz’ora di botte.
Il primo combattimento, introduttivo, e’ un pelo sottotono: ci si deve abituare all’orgia di non-sense che spaziano dalla palla nera che sembra impartisca ordini a cazzo, ai nomi dei villain, “alieno-cipolla” in primis.
Col proseguire il non-sense diventa meno sfacciato, ci si abitua al delirio degli sceneggiatori e finalmente la pellicola diventa godibile.
Si finisce con scontri da videogame, una gioia per gli occhi.
Io decisamente straconsiglierei.

Maze runner, la fuga

La conferma

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Bello, bello, bello!
Young-adult che ormai tanto “young” non e’ piu’, con il secondo episodio “Maze runner” si conferma.
No, non decolla…semplicemente rimane in volo, che e’ gia decollato col primo capitolo. Rimane in volo e fa le acrobazie. Quelle belle.
Gia’ il primo era stato una piacevole sorpresa, ora, alla prova della maturità, la saga cresce ancora e si supera, offrendo due ore filate di puro godimento.
Rimangono, e fa piacere, le evidenti connessioni con “Lost”, si aggiungono, e fa piacere, nuove derive, strizzano l’occhio al Carpenter di “Fuga da New York”, o se preferite, al Castellari di “Fuga dal Bronx”.
C’e’ tutto: il post atomico, rappresentato in modo superbo, con le citta’ distrutte e i sobborghi sovrapopolati, ci sono gli zombie, o qualcosa di simile, il deserto, le tende, i tunnel della metro, le facce da culo, l’intrigo, la suspence, il thrilling, l’azione pura e adrenalinica, i combattimenti e, soprattutto, la fuga, che, come da sottotitolo, copre l’arco narrativo delle due ore di pellicola.
Almeno tre le “main location” fortemente caratterizzate, ognuna con sue peculiarità, ognuna con proprie e marcate connotazioni.
E in ognuna si aprono sottotrame intriganti, senza mai perdere di vista la strada maestra. E’ una bella storia, ben raccontata, si scopre a tratti, ma non si svela mai completamente. Dopo quattro ore di film, summa dei primi due episodi, ancora sappiamo troppo poco, ancora siamo curiosi, ancora aspettiamo, con una certa e rinnovata apprensione, l’ultimo capitolo.
E con queste premesse il gran finale fa davvero ben sperare. Guradatelo fiduciosi, e se vi siete persi il primo, oggi piu’ che mai, recuperateli entrambi.

Meat ball machine

Sono drogato di Giappone splatter e non riesco a smettere

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Ok lo ammetto, l’inizio e’ stato difficile anche per me che adoro il nippo-gore-splatter. Ci vogliono almeno venti minutini buoni buoni per iniziare a vedere qualcosa di efficace.
E in quei venti minutini iniziali il percorso e’ lento e tortuoso.
D’altronde si tratta di raccontare una storia di parassiti alieni che si infilano nei corpi umani ospiti, si accoppiano carnalmente con il cervello dei malcapitati, li mutano aggiungendo armamenti improbabili a braccia e gambe, poi li guidano assumendone il controllo mentale e li fanno combattere tra loro.
Il vincitore prende tutto, si mangia il corpo dell avversario e l’alieno parassita-pilota e’ felice.
Detta cosi’ (di meglio non riesco a fare) potrebbe sembrare una stronzata. Ed effettivamente un po stronzata lo e’.
Pero’ c’e’ il mio adorato Yoshihiro Nishimura agli effetti speciali (no, non alla regia, ma vista l’astinenza forzata dell’ ultimo periodo, gia’ vedere il suo nome nei titoli di testa mi gasa come una faina) e siccome sono obiettivo lo promuovo.
Meritano almeno un paio di scene tostissime, i costumi dei necro-borgs al limite del surreale, e le solite fontane di sangue e frattaglie ad imbrattare schermo e attori. Potenza visiva a tutto spiano.

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Mi e’ rimasto di brutto, anche a visione terminata. Retrogusti giapponesi che come il wasabi faticano ad andarsene. Bello. Mucho gusto. Ma solo per quelli matti come me che apprezzano il genere “tokyo gore police“, “robogeisha” et similia. A tutti gli altri un caloroso statene alla larga.

FINALMENTE: Star Wars, il risveglio della Forza

ricomincio da tre

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Succede che George Lucas, ha creato qualcosa.
E quel “qualcosa” è molto piu’ grande di lui.
Quel “qualcosa” è ormai diventato proprietà dell’umanità, e l’umanita’ (non tutta certo, ma una buona parte) si incazza con George, quando egli per primo osa deturpare la sua creatura.
Perchè quella creatura ormai è anche nostra.
E gli vogliamo bene.
Io in primis, che per me Guerre Stellari inizia da episodio 4 e finisce col 6 (fino a ieri, oggi finisce, o meglio continua con il 7).
Chiamatemi pure nostalgico, ottuso, o semplicemente inguaribile romantico, ma io rimango legato alla trilogia originale.
Alle ortiche quindi quell’immane cazzata che è la ex-nuova trilogia di Star wars.
Alle ortiche, di filata, i primi 3 episodi, “la minaccia fantasma”, “l’attacco dei cloni” e “la vendetta dei Sith”, alle ortiche i midichlorian, jar-jar, e tutti i pupazzetti in CGI che hanno rovinato, indelebilmente, il nostro ricordo di Guerre stellari.
Alle ortiche anche Anakin marmocchio, le città disegnate col computer, Yoda che salta come un epilettico, i droidi imperiali con la faccia da capra.
“ROGER-ROGER”.
Salviamo solo il salavbile.
Il conte, Darth maul, il pianeta Kamino, Palpatine e la moto di Greviuos.
Il resto è fuffa da cancellare.
Ci voleva J.J. Abrams, con la gomma e la matita nuova, per ridare a Star wars lo splendore perduto.
Ci volevano una protagonista credibile, un degno erede di c1-p8 e un cattivo con i contro cazzi.
E, diciamocelo, l’operazione è perfettamente riuscita.
Non vado mai al cinema, ho fatto lo strappone, e l’ho fatto solo per Star Wars.
Non recensisco i film visti al cinema, io mangio solo dvd, ma faccio uno strappino, e lo faccio per Star Wars.
Si’, uno strappino, perchè questa NON è una recensione, e del Film non voglio e non devo parlare.
Parlerà lui per tutti.
Per tutti quelli che lo andranno a vedere, e per tutti quelli che non ci andranno.
Anche a loro arriveranno gli echi della galassia lontana lontana, che per fortuna, oggi, è molto piu’ vicina.
Bruciate i prequel, purificatevi, e godetevi “Il risveglio della forza.”
Dio benedica J.J.

Il cinema di Neanderthal

Uomini primitivi, donne delle caverne e clave di gomma

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Per la serie “si stava meglio quando si stava peggio”, opto per una brevissima incursione nei tempi che furono e mi flagello sorridente con due pellicole coraggiose per coraggiosi. Uomini primitivi, clave, caverne, parrucconi posticci e costumini pelosi in salsa Hammer film.

Creatures the world forgot (la lotta del sesso sei milioni di anni fa)

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Curioso il fatto che SinisterFilm, distributore del Dvd, ad inizio visione ci segnala che il film comprende scene tagliate non doppiate in italiano e quindi in lingua originale sottotitolate.
Lingua originale??? In quest’opera di mesozoica memoria gli attori emettono solo grugniti per tutta l’ora e mezza di durata della pellicola.
Altro che audio italiano. Qui si va a gesti e “huga-huu-argh-muuu”.
Ed e’ bellissimo cosi’, se ci aggiungete una birretta forte, c’e’ di che godere…che grugniti a parte assistiamo ad almeno una decina di scene memorabili. Prima tra tutte quella che ci presenta i protagonisti da gggiovani con due parrucconi impolverati che quando li vedi non ce la fai. Devi aggrapparti al divano.

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Come da prefazione, la pellicola e’ roba buona, buonissima, prodotta da Hammer. In originale titola “Creatures the world forgot” ma in italica penisola decidiamo per un sobrio e ponderato “la lotta del sesso sei milioni di anni fa” . Lotte poche e sesso nullo.
Pero’ ci sono qualche ottima tetta e una trama, da ricostruire tra un grugnito e l’altro, che racconta adolescenza e maturita’ di due ragazzotti di neanderthal, alle prese con i problemucci della quotidianita’ preistorica.

When dinosaurs ruled the earth (quando i dinosauri si mordevano la coda)

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Si rimane in tema con la seconda perla, “When dinosaurs ruled the earth” che per il gioco crudele di un destino beffardo abbiamo tradotto con l’idilliaco “Quando i dinosauri si mordevano la coda”.
Non paghi dello scempio fatto con il titolo, gli uomini del marketing italiota osano oltre e si inventano un doppiaggio italiano che aggiunge ai soliti “hurgh-argh-hu-huu” degli uomini preistorici protagonisti, un terribile commento idiota alla “beavis and butthead”. Il mio consiglio e’ quello di goderselo in lingua originale. Come per il precedente “la lotta del sesso sei milioni di anni fa” non esistono dialoghi, ma almeno eliminate il commento cretino aggiunto in italiano in post produzione.

In questo secondo hammer film gli effetti speciali si sprecano, dinosauri improbabili animati passo-uno si susseguono per lo schermo, oltre alle solite tette giurassiche ci sono pterodattili, granchi giganti, triceratopi, varie ed eventuali.

Conclusioni a caldo

Se NON siete fan di Hammer film leggete qui:
So di essere discutibile ma io tutte le volte che mi ritrovo tra le mani roba di questo genere mi diverto come un matto. E puntualmente ci ritrovo anche indubbie qualita’. Ma come tutte le volte non prendete questo post come un invito alla visione perche’, giuro, non lo e’. Non per tutti almeno.
Semplicemente, e con molta meno fantasia, vogliate considerare le pellicole in questione come ottimi surrogati al peyote se avete l’ardire di desiderare una serata diversa.

Se (come me) adorate i prodotti Hammer leggete qui:
Per niente al mondo dovreste farvi scappare cotanta folle bellezza… Che tra l’altro, nella collana prehistorical, conta altre due perle, “One million years B.C.” e “Prehistorical women”. Qui non recensite ma altrettanto esuberanti. Buona vita.

13 assassini

o sette samurai, fate voi.

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Io quando penso all’oriente non vedo ne geishe ne sushi.
Io quando penso all’oriente vedo Takashi Miike.
Takashi Miike non è il mio nippo-regista preferito. Mi piace di piu’ Nishimura. Takashi Miike mi piace quando somiglia a Nishimura.
Perchè Miike spesso e volentieri somiglia a Nishimura.
In “Ichi the killer” ad esempio.
Non nei “13 assassini”.
Con i “13 assassini” Miike mi si snatura un po. E dire che all’inizio, con la tipa nuda senza braccia avevo avuto un rantolo di speranzoso barlume.
Ma non va avanti così i “13 assassini”. Dopo 10 minuti iniziali da sballo tra harakiri e nefandezze varie, il film si adagia. Fin troppo a dir la verità.
Siamo ai confini del cinema autoriale… Miike si diverte come un matto a giocare a Sorrentino.
Ci divertiamo un pochino meno noi spettatori, che per la prima ora di girato assistiamo al lento sviluppo della trama.
Giappone feudale, samurai buoni, shogun cattivi.
Poi finalmente si comincia. Senza freno e senza moderazioni di sorta si va avanti per un ulteriore ora tra sguainate di spade, sbudellamenti, trappole, mucche incendiarie e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.
Regia lucida, impassibile, curata. Ma troppa carne al fuoco. Troppa carne. Che nel finale, dopo venti minuti di battaglia all’ultimissimo sangue tra i 13 assassini e duecento cattivi si poteva anche cambiare qualcosa, offrire una variante, o almeno una variabile…invece no.
Si procede così per un ora. Perchè, appunto, i cattivi sono duecento.
E Miike li fa morire tutti, uno per uno, davanti allo schermo.
Credo che “13 assassini” alla fine sia un buon film. Credo anche che “13 assassini” sarebbe tranquillamente potuto durare 40 minuti di meno.
Credo che se “13 assassini” fosse durato meno sarebbe stato un ottimo film.
Credo.

Terminator genisys

I’m back

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Eccoci, l’abbiamo visto. Fuori tempo massimo per i fan della sala cinematografica, ma assolutamente nei termini per gli adoratori dell’home cinema.
E’ uscito fresco fresco in questi giorni il blu ray di Terminator Genisys ed io fresco fresco me lo sono visto proprio in questi giorni, per la prima volta.
Avevo letto tendenzialmente male del film, ed ero a conoscenza dei relativamente poco entusiasmanti incassi al botteghino.
Sono partito quindi con aspettative abbastanza contenute.
Ho trovato ad attendermi un ottimo Arnold che fa il terminator anziano. Il terminator anziano non perde la verve con gli anni, non dimentica le battute che l’hanno reso celebre e soprattutto sfodera un improbabile sorrisone a trentadue denti che mi ha fatto sbellicare per tutto il film.
Ho trovato un T-1000 marcatamente coreano, credibilissimo e carismatico.
Ho trovato un John Connor che non e’ John Connor ma che se la cava comunque meglio di un Kyle Reese che non e’ Kyle Reese.
Sarah Connor e’ cambiata anche lei, ha meno carisma dell’originale ma e’ tanto, ma tanto, piu’ gnocca e quindi la perdoniamo.
Ho trovato una storia a tratti irriverente nei confronti del canone e a tratti troppo legata ai suoi predecessori.
Ho trovato degli effetti speciali trabordanti di computer grafica, onestamente in alcuni casi un po troppo sfacciata e quindi poco credibile. In effetti gli effetti (gioco di parole d’effetto) che dovrebbero farla da padroni in un film come questo, sono (effettivamente) uno dei punti deboli.
Tirando le somme, nonostante qualche tollerabile magagna, mi sono divertito. Anche se, a esser pignoli, avrei voluto piu’ futuro e meno remake.
Si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco. Il mezzo buco di questa per ora ci basta. E quasi quasi avanza.

Severance, tagli al personale

Viaggio premio

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Toglietelo, vi prego, toglietelo il sottotitolo stupido italiota “tagli al personale” e godetevi invece il “Severance”.
Che poi sarebbe , il “Severance”, una horror-comedy, splatter, angosciante e divertente, come se ne trovano poche.
Calata nel suo tempo, presenta quella carica di freschezza e novita’ che ai giorni nostri ho visto solo nell’ottimo “Dead snow” di Wirkola.
Niente zombi nazisti qui, ma, piuttosto, un gruppo di colleghi che si ritrova in viaggio di lavoro nei boschi ungheresi…o serbi…o russi.
A fare la parte dell’assassino, come nel piu classico degli slasher, ci penseranno un soldato russo (o serbo, o ungherese) e la sua allegra brigata di Commando.

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Adorabili situazioni paradossali e battutacce fuori luogo vi strapperanno in piu di un occasione una grassa risatona, o perlomeno, sorrisetti ebeti.
Sorrisetti ebeti che “Severance” provvedera’ subito a togliervi dalla faccia per ricalarvi nel piu classico clima horror
…e poi di nuovo battutacce
…e poi di nuovo sorrisetti
…e poi sangue e coltelli nel culo, torte con i denti e partite a soft-ball.
Un bel giro sulle montagne….russe (o serbe, o ungheresi) che non bisogna assolutamente farsi scappare.
Abbiate fede.

Independence Day

Come ti invado il pianeta

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Per la serie invasioni post-estive sul divano, oggi ci sciroppiamo il quattro di luglio in versione Emmerich.
Dei presidenti di Emmerich avevo già detto tutto qui. E “Independence Day” non spezza la tradizione, ma la inaugura, col “Mr. President” piu’ cazzuto di sempre.
Il Presidente degli Stati Uniti combatte gli alieni dallo studio ovale e dal caccia F-16 schierato in prima linea contro le astronavi extraterrestri che stanno distruggendo il pianeta.
E’ in buona compagnia, tra gli eroi del quattro di luglio ci sono anche Jeff Goldblum che fa il professore e Will Smith che si alterna tra pilota di caccia (prima) e di navi spaziali (dopo) con la stessa verve di Niki Lauda.
Gli alieni sono sporchi e cattivi, c’hanno il testone quadrato e le zampette lunghissime.
Quasi tentacoli. Decisamente tentacoli.
Non parlano granchè…comunicano telepaticamente e guidano dischi volanti.
In mezzo, una bella storia d’amore tra Smith e compagna spogliarellista e Goldblum e compagna stagista.
Il film lo conosciamo tutti indi inutile continuare a raccontare.
Diciamo che rimane ad oggi l’esempio perfetto di pellicola spassosa e cazzara sulle invasioni extraterrestri.
Riedizione moderna di quelli che dovevano essere gli show di Roger Corman al drive-in americano negli anni sessanta.
Diverte e intrattiene, ma non impegna.
E’ pieno di battuttine coloratissime e tendenzialmente non annoia.
Quando lo fa (perchè della storiella romantica dopo un po ci si rompono i coglioni) lo si puo’ lasciare scorrere e andarsi a mangiare un gelato. Tanto non è da prendersi troppo sul serio il nostro “Independence day”. Non lo vorrebbe nemmeno Emmerich.
“Independence day” lo prendi, lo guardi, e poi va a finire che dopo un po te lo riguardi.
Non c’è l’effetto novità. Non c’è nemmeno la prima volta che lo vedi. Lui è felicemente stereotipato, ma te la racconta bene.
Ormai lo sai quasi a memoria, ma ogni volta te la ridi di brutto come al primo giro.
Aspettando di vedere il secondo, previsto per il 2016, “Independence day” resta il miglior modo per trasformare due orette in un momento-rilassante-spegni-cervello.
Che il relax fa bene allo spirito.
Soprattutto se lo spirito è quello libero di Roland.

Non aprite quella porta 2

La scoperta dell’america

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“Non aprite quella porta” lo abbiamo visto tutti. E lo abbiamo apprezzato tutti.
Non staro’ qui a dilungarmi su quello che, a ragion veduta, deve essere considerato una pietra miliare del genere.
Mi dilunghero’ invece sul suo seguito, “Non aprite quella porta parte 2” datato 1986, perche’ il suo seguito fa discutere.
Alla regia c’e’ sempre Tobe Hooper, ma, per dirla con Jack Nicholson, “qualcosa e’ cambiato”.
Ti aspetti il solito secondo episodio carta-carbone del primo, per sfruttare l’onda del successo e ingrassare le oche.
A questo ci penseranno altri registi nel corso de vari re-make re-boot re-cosa.
Non Tobe. No.
Lui no.
Lui preferisce distruggere la sua creatura e trasformarla in un baraccone circense, con umorismo raffazzonato di bassa lega.
Lui preferisce tramortire lo spettatore presentando un prodotto che del primo sfrutta solo i characters. E anche quelli li distrugge.
Per Re-inventare.
E Tobe, da geniaccio che e’ re-inventa bene e fa centro.
Tolto il senso di smarrimento iniziale, dopo poco si comincia ad entrare in sintonia col nuovo corso, e, tempo altri dieci minuti di pellicola, si e’ completamente conquistati. Al quarantesimo minuto si comincia a gridare al miracolo.
Certo, suona quantomeno strano vedere tempi comici e battute da osteria quando si pensa al primo “Leatherface”.
Fa strano vedere un duello con le motoseghe che fanno il verso alle “spade laser” di “Star Wars”.

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E’ una svolta totale, un’inversione ad U in zona vietata, un sorpasso a destra in curva cieca. Un film delirante e ignorante al tempo stesso, ma anche feroce e splatter come pochi.
Un ambientazione folle, curata, impeccabile. Personaggi folli, curati, impeccabili.
Tutto e’ al posto giusto nel momento giusto, ma i piu’ non apprezzano.
Probabilmente perche’ e’ un opera troppo moderna per il suo tempo.
Sam Raimi fara’ lo stesso con il “sequel” della sua Casa, imbastendo quella perla che e’ “L’armata delle tenebre” . Ma lo fara’ quasi dieci anni dopo, con maggior fortuna.
Rob zombie si divertira’ con le macchiette assassine protagoniste delle sue case dei mille corpi, ma lo fara’ dopo Raimi.
Con maggior fortuna.
Tobe Hooper per costoro e’ sicuramente stato fonte importante di ispirazione.
Ma Tobe e’ arrivato, forse, troppo presto. E il popolo era ancora al palo.
Oggi quest’opera ha un peso ed un effetto totalmente diversi da quelli che aveva alla sua uscita negli anni ottanta. Oggi quest’opera deve essere ri-scoperta e ri-valutata. Oggi siamo tutti pronti. Dopo trent’anni.
Oggi Tobe se la ridera’ di gusto. Sapendo di aver vinto a mani basse.

Extinction

Zombie ma non troppo

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Gia’ ce lo vedo: “nooo un altro cazzo di film con gli zombie?!? Non se ne puo piu’, abbiamo visto tutto il guardabile e anche l’inguardabile, basta”.
E invece no.
Perche’ se siete come me, pensate che “the walking dead” e’ stata una grandissima occasione sprecata. Se siete come me pensate che “28 giorni dopo” ha saputo dire qualcosa di nuovo quando tutti copiavano tutto da tutti. Se siete come me avete amato “the descent” e vi siete divertiti con “30 giorni di buio”.
Ecco, allora, se siamo in sintonia, ma solo se siamo in sintonia, potete avventurarvi nell’ennesimo zombie-movie con rinnovata fiducia.
Perche’ “Extinction”, pur non inventandosi niente di nuovo, riesce, in due ore scarse, dove “the walking dead” ha fallito. E ci riesce prendendo a piene mani da tutta la cinematografia di genere.
Prendendo l’ambientazione nevosa di “30 giorni di buio” e i suoi vampiri che corrono sui tetti, mischiandola con le bianchissime creature di “The descent”, e farcendo il tutto con una trama che corre a meta’ tra “28 giorni dopo” e il gia’ citato “walking dead”, strizzando l’occhio a “Io sono leggenda”.
Non lasciatevi fregare dai primi dieci minuti, dove tutto sembra stereotipato e banale. Aspettate che la storia si sviluppi e vi ritroverete all’interno di un microcosmo ben strutturato, credibile e in piu’ di una occasione toccante al limite della lacrimuccia.
Nonostante le due ore scarse fanno capolino cali di tensione fin troppo evidenti, ma in quelle due ore scarse si racconta comunque una storia intrigante, a tratti malinconica, e la si racconta bene. Quando la tensione sale, lo fa in maniera rapida e vertiginosa, e quello che rimane alla fine e’ la sensazione di aver assistito ad un opera solida e ben sviluppata.
Niente di troppo nuovo sotto il sole, ma si sa le note sono sette, e anche se il ritornello somiglia a qualcosa di gia’ sentito, alla fine il tormentone funziona.

Note a margine anche stavolta, che se no mi cozzavano col filo del discorso, quindi le mettiamo qui, fuori dalla rece. Il film e’ direct to video, percio’ al cinema non lo trovate, ci trovate invece il dottore di “lost”, “jack” aka matthew fox. La regia e’ dello spagnolo Miguel angel Vivas. Il dvd e’ uscito nel 2015, in italiano. Del blu ray non ho nessuna notizia.

Specialino: Alieni contro

contro tutti, contro zombies, contro avatar, contro corrente

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Sì, sto male…: vi butto lì due titolacci che non c’entrano niente l’uno con l’altro. Li segnalo. Non necessariamente consigliati. Che è roba forte (nel senso terrribbbile) del termine. Ma che poi la vedi e…oh…..BOH

Alien vs zombie (the dark lurking)

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Datato 2009, per la regia di cotal Gregory Connors, regista australiano con all’attivo un titolo. Questo.
Alien contro zombi. Solo che “Alien” (quello lì) non c’è. E gli zombi neanche.
Ci sono gli alieni mutanti (che non è proprio la stessa cosa ma vabbe’) e una struttura copiata pari pari dal piu’ classico dei videogiochi.
Si parte dal basso e si sale di piano, e di livello, un po alla volta, dentro la grande astronave che astronave non è……e grande nemmeno.
Si arriva in cima e, tendenzialmente, si potrebbe ricominciare da capo.
Poche novità ad ogni piano: corridoio, alieno-zombie, mattanza, curva, corridoio, alieno-zombie, mattanza, piano successivo.
Piace? non so.
Se amate i videogiochi a questo tipo di struttura narrativa ci sarete abituati.
Diciamo che è come guardare un amico che gioca vicino a voi.
Io alla fine mi sono divertito. Anche e soprattutto perché il design delle creature, quello degli eroi buoni e delle loro tutine nere, e quello delle ambientazioni, è fatto in maniera più che degna.
Non lo metterei tra i Blockbuster del secolo, ma ho visto decisamente di peggio.
Da tenere in (seria) considerazione per quella volta in cui sarete troppo stanchi per impugnare il pad della Playstation, ma avrete comunque voglia di videogames.

Alien vs avatars

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Alien contro Avatar. Anno domini 2011 per la “regia” di Lewis Schoenbrun (non chiedetevi chi sia costui che tanto non serve).
“Alien” e’ un poveraccio in tuta di gomma e moonboot pelosi, e Avatar e’ in realta’ Ava, donna pitturata di blu con orecchie a punta posticcie, che arriva dal suo pianeta distrutto per provare a salvare il nostro.
Ava si porta dietro il fido “Robotar”. “Robotar” bisogna vederlo per crederci.
“Robotar” rappresenta la roba piu’ deficiente che io abbia visto in quarant’anni di robe deficienti.
Il resto del film non e’ da meno, ottanta minuti di una bruttezza rara che hanno spostato verso il basso il mio termine di paragone per la definizione di stronzata.
Guardatelo a vostro rischio, io non posso e non devo consigliarlo, perche’ ne va della sanita’ mentale mia e di chi osasse avvicinarsi a cotanta nefandezza.
Detto questo sappiate che mi sono divertito come un fagiano sotto psicofarmaci.