Star Trek Beyond

Stay foolish

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Oggi esce in blu-ray l’ultimo episodio della saga di Star trek.
Oggi lo guardo.
E dico la mia.
Ci provo. Sono combattuto. Si parte malissimo. Pupazzetti orribili in CGI altrettanto orribile popolano i primi cinque minuti. Sono tentato di lanciare il blu-ray dalla finestra e dedicarmi ad altro. Resisto. L’enterprise viene attaccata e frantumata.
Sono passati dieci minuti dall’inizio.
Arriva il “Bad Guy”.
Godo.
Penso che il blu-ray debba assolutamente restare nel lettore e richiudo la finestra.
La riapriro’ virtualmente una decina di volte.
Per poi richiuderla.
Il fatto e’ che per certi aspetti il film è godibilissimo. Ma permane per tutto il tempo l’idea di star guardando un reboot dei “guardiani della galassia” con una spruzzata di “fast and furious”.
Quando finalmente ci si ricongiunge con l’universo trekkiano puntualmente compare qualcosa di disturbante e fuori luogo.
Compare e risparisce subito.
Forse è troppo innovativo per me che sono vecchio.
O forse, siccome sono vecchio, fatico ad accettare certi cambiamenti al plot originale.
Un “pop-corn trek” che si lascia amabilmente guardare, ma che alla fine rimane un po sullo stomaco.
Piacerà a chi cerca azione e effetti speciali. Un po meno a chi ha amato le radici della saga.
Io felicemente mi metto nel mezzo.
Lunga vita e prosperità.

Attack on Titan

tra manga e videogame

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Prima di dileguarmi verso qualche spiaggetta sperduta, volevo lasciare esile traccia del mio passaggio con un ultimo consiglio per le calde sere estive.
Che se non avete di meglio da fare un bel “filmone jappissimo” con i titani che mangiano le persone, sicuramente si presta ad un cazzeggio delirante e afoso.
Magari con gelato a seguito e aria condizionata.
Io l’ho provato.
Senza gelato.
Il filmone jappissimo si chiama “Attack on titan” e arriva fresco fresco dal resto del mondo (che al solito qui in italia per ora non lo importano).
Il filmone jappissimo ve lo dovete guardare in lingua originale sottotitolato english.
Ne vale la pena.
Benchè Imdb lo releghi ad una quasi sufficienza.
Ne vale la pena , ma se, e solo se, il concetto dei giganti desnudi che mangiano i soldati giapponesi e in qualche caso li rivomitano, in un tripudio di fumi, sangue e bavette varie, vi aggrada.
A me aggrada.
Mi aggrada la storia (tratta da manga a me sconosciuto) di un futuro post apocalittico in cui le città sono circondate da mura altissime per evitare le incursioni dei titani mangia-uomini.
Mi aggrada il tripudio di effetti speciali.
Mi aggradano i faccioni dei giganti, inquietanti come pochi nella loro semplicità.

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Non mi aggrada, per restare in tema, il fatto di dover aspettare l’uscita del secondo ed ultimo episodio.
Perchè la storia intriga, e l’hangover finale lascia con la voglia di continuare per ore la visione.
Pazienza. Ora è tempo di spiagge. Se ne riparlerà in autunno.

Gantz, l’inizio

Mena che ti passa

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Non sia mai che, una volta che i nostri distributori si degnano di portare in Italia, e in italiano, un film jappo controcazzuto, qui sul Cinemanometro non si celebri l’evento.
Che soffriamo la mancanza di prodotti simili, come quella della doccia dopo un mese di maratone.
“Gantz , l’inizio”, ci fa capire, gia’ dal titolo, che si preannuncia almeno un seguito.
Lo capiamo anche dal finale della storia, che, dopo due ore di visione, ci abbandona felicemente a meta’.

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Si parte alla grande, che il culo giapponese della protagonista è sicuramente sintomo di buon auspicio.
Poco altro da dire sulla trama: i protagonisti muoiono subito, nei primi 3 minuti di film, e si ritrovano in una stanza bianca, finemente arredata Ikea, in compagnia di una palla nera.
La palla nera in questione è il Gantz del titolo.
Gantz affida missioni ai morti, che tornano in vita e devono affrontare gli alieni sulla terra.
Armati di tutto punto, i protagonisti morti-redivivi e gli alieni suddetti, si scontrano in combattimenti super-spettacolari e super-gore.

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Se i redivivi vincono guadagnano punti, se perdono muoiono definitivamente. Con i punti, come nella migliore tradizione Conad si vincono premi, tra questi, la possibilità di poter tornare ad una vita normale, slegata dall’ingombrante sferica presenza.
Il film e’ tratto da un manga, che io, non leggendo manga, non conosco.
Dico però che mi sono divertito un sacco.

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I 120 minuti scorrono fluidi, i cattivi sono sostanzialmente tre, e ad ognuno è dedicata una buona mezz’ora di botte.
Il primo combattimento, introduttivo, e’ un pelo sottotono: ci si deve abituare all’orgia di non-sense che spaziano dalla palla nera che sembra impartisca ordini a cazzo, ai nomi dei villain, “alieno-cipolla” in primis.
Col proseguire il non-sense diventa meno sfacciato, ci si abitua al delirio degli sceneggiatori e finalmente la pellicola diventa godibile.
Si finisce con scontri da videogame, una gioia per gli occhi.
Io decisamente straconsiglierei.

Maze runner, la fuga

La conferma

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Bello, bello, bello!
Young-adult che ormai tanto “young” non e’ piu’, con il secondo episodio “Maze runner” si conferma.
No, non decolla…semplicemente rimane in volo, che e’ gia decollato col primo capitolo. Rimane in volo e fa le acrobazie. Quelle belle.
Gia’ il primo era stato una piacevole sorpresa, ora, alla prova della maturità, la saga cresce ancora e si supera, offrendo due ore filate di puro godimento.
Rimangono, e fa piacere, le evidenti connessioni con “Lost”, si aggiungono, e fa piacere, nuove derive, strizzano l’occhio al Carpenter di “Fuga da New York”, o se preferite, al Castellari di “Fuga dal Bronx”.
C’e’ tutto: il post atomico, rappresentato in modo superbo, con le citta’ distrutte e i sobborghi sovrapopolati, ci sono gli zombie, o qualcosa di simile, il deserto, le tende, i tunnel della metro, le facce da culo, l’intrigo, la suspence, il thrilling, l’azione pura e adrenalinica, i combattimenti e, soprattutto, la fuga, che, come da sottotitolo, copre l’arco narrativo delle due ore di pellicola.
Almeno tre le “main location” fortemente caratterizzate, ognuna con sue peculiarità, ognuna con proprie e marcate connotazioni.
E in ognuna si aprono sottotrame intriganti, senza mai perdere di vista la strada maestra. E’ una bella storia, ben raccontata, si scopre a tratti, ma non si svela mai completamente. Dopo quattro ore di film, summa dei primi due episodi, ancora sappiamo troppo poco, ancora siamo curiosi, ancora aspettiamo, con una certa e rinnovata apprensione, l’ultimo capitolo.
E con queste premesse il gran finale fa davvero ben sperare. Guradatelo fiduciosi, e se vi siete persi il primo, oggi piu’ che mai, recuperateli entrambi.

The Green inferno

Don’t believe the hype

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E finalmente anche io ho visto “The green inferno”.
E finalmente anche io posso dire la mia.
Premessa: io impazzisco per il cinema di genere.
Quello bis, exploitation, soprattutto se italico, mi fa sbavare.
Se poi parliamo di cannibal-movies sclero completamente.
Quando penso ai cannibal-movies penso a Lenzi, a Martino, a Franco, ma soprattutto a lui. Ruggerone nazionale.
E quando pensi a questi signori e poi guardi Eli Roth, che tributa opere, immagini e opinioni, ti aspetti, per forza di cose, un lavoro egregio.
Te lo aspetti perché Eli e’ bravo, ti sta simpatico (piu’ come persona/personaggio che come regista) ama l’horror, lo sa fare, ed e’ amico di Deodato.

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E allora poi succede che, come è successo a me, rischi di rimanerci male.
Perché diciamocelo, Green inferno, pur essendo un buon film, non è “quel” film.
Non è quello che ti aspettavi, non è (e nemmeno ci si avvicina lontanamente) quel “Cannibal holocaust” moderno che tutti volevamo che fosse.
Eli d’altronde l’aveva detto in tempi non sospetti, che il suo film, non sarebbe stato un riadattamento del piu’ famigerato Holocaust. Ma tu, che sei romantico e sognatore, un pochino ci speravi lo stesso.
Diciamocelo: la confezione e’ sontuosa, le riprese pure, l’amazzonia fa la sua porca figura, e i cannibali pitturati di rosso, dispersi nel verde più verde, sono una trovata da Artista. Con la A maiuscola.
Ma tolto questo, tolte le immagini stupende, tolta l’innegabile crescita del regista, e tolto (soprattutto) l’immenso hype a cui Roth ci ha abituato, rimane in sottofondo il pensierino triste di aver (in parte) sprecato un occasione gustosissima.
Alla faccia dei cannibali.

Specialino: Fantaculti in bianco e nero

mi raccomando la “T” in fantaculTi…

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In queste settimane ho dato fondo alla mia riserva di dvd anni 50, fantascienza silver screen, in bianco e nero, con i mostri di gomma e non solo.
Sono a raccomandare un po di perle visionate di recente, da guardare rigorosamente prima di addormentarsi, per un calda calda buonanotte, dai tempi compassati e con audio basso, per godere, sonnecchiosi, del doppiaggio d’epoca.
Ne seguiranno altre, che in sto periodo, mi gira così. Intanto godetevi questi.

Il mostro magnetico:

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Tempi andati, pochi effetti speciali, poco mostro (poco piu’ che un fascio di luce, che ci si divertiva con poco. Il nostro Antonio Margheriti fece qualcosa di simile, in tempi vicini, con “i diafanoidi vengono da Marte”, per la collana Gamma Uno).
Storia lenta e spassionata, divertenti le indagini a suon di contatore Giger, per scoprire cosa si cela dietro al magnetismo che al Mostro (magnetico appunto) piace tanto.
Martelli che volano e attrezzi vari che si spostano nell’aere. Epico.

X contro il centro atomico:

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Roba di Hammer, in originale “X the unknown”. Doveva essere l’ennesimo episodio del mai troppo lodato “Dottor Quatermass”, ma in produzione ci si incasina un po’ e quindi via libera al nuovo titolo e al nuovo professore che “Quatermass” non è.
Il filmone fa il verso a “Blob”, il mostro, che si staglia contro il centro atomico, come da titolo nostrano, è una fanghiglia nera come la pece, che brucia a distanza ravvicinata una pletora di malcapitati.
Effettoni d’epoca e qualche escursione nello splatter del tempo. Mitico

Madra il terrore di londra:

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L’alieno, che arriva da Ganimede su una palletta di plastica argentata, in realtà si chiama Medra. Tradotto in “Madra” dai nostri marketing specialists del tempo che fu, una volta tanto con buon senso…..che in italiano medra è l’anagramma di un’altra parola che fa poca fantascienza e molto metano.
Piu’ thriller d’essai che fantascienza, l’alieno si vede poco e male, ma la storia acchiappa.
Lui accatta ragazzotte volenterose che posano per “Bikini Magazine”, e se le porta sul suo pianeta… lo scopo? Non si sa, nessuno lo dice, ma vista la prestanza delle signorine ci possiamo fare qualche idea. Raccomandato.

Per la cronaca, i titoli si trovano felicemente in Dvd italico grazie alla mai troppo lodata “Sinister film”.
Come sempre, da gustarsi solo qualora siate fan della fantascienza di livello, e d’annata.
Per tutti gli altri c’è sempre Sanremo.

Meat ball machine

Sono drogato di Giappone splatter e non riesco a smettere

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Ok lo ammetto, l’inizio e’ stato difficile anche per me che adoro il nippo-gore-splatter. Ci vogliono almeno venti minutini buoni buoni per iniziare a vedere qualcosa di efficace.
E in quei venti minutini iniziali il percorso e’ lento e tortuoso.
D’altronde si tratta di raccontare una storia di parassiti alieni che si infilano nei corpi umani ospiti, si accoppiano carnalmente con il cervello dei malcapitati, li mutano aggiungendo armamenti improbabili a braccia e gambe, poi li guidano assumendone il controllo mentale e li fanno combattere tra loro.
Il vincitore prende tutto, si mangia il corpo dell avversario e l’alieno parassita-pilota e’ felice.
Detta cosi’ (di meglio non riesco a fare) potrebbe sembrare una stronzata. Ed effettivamente un po stronzata lo e’.
Pero’ c’e’ il mio adorato Yoshihiro Nishimura agli effetti speciali (no, non alla regia, ma vista l’astinenza forzata dell’ ultimo periodo, gia’ vedere il suo nome nei titoli di testa mi gasa come una faina) e siccome sono obiettivo lo promuovo.
Meritano almeno un paio di scene tostissime, i costumi dei necro-borgs al limite del surreale, e le solite fontane di sangue e frattaglie ad imbrattare schermo e attori. Potenza visiva a tutto spiano.

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Mi e’ rimasto di brutto, anche a visione terminata. Retrogusti giapponesi che come il wasabi faticano ad andarsene. Bello. Mucho gusto. Ma solo per quelli matti come me che apprezzano il genere “tokyo gore police“, “robogeisha” et similia. A tutti gli altri un caloroso statene alla larga.

FINALMENTE: Star Wars, il risveglio della Forza

ricomincio da tre

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Succede che George Lucas, ha creato qualcosa.
E quel “qualcosa” è molto piu’ grande di lui.
Quel “qualcosa” è ormai diventato proprietà dell’umanità, e l’umanita’ (non tutta certo, ma una buona parte) si incazza con George, quando egli per primo osa deturpare la sua creatura.
Perchè quella creatura ormai è anche nostra.
E gli vogliamo bene.
Io in primis, che per me Guerre Stellari inizia da episodio 4 e finisce col 6 (fino a ieri, oggi finisce, o meglio continua con il 7).
Chiamatemi pure nostalgico, ottuso, o semplicemente inguaribile romantico, ma io rimango legato alla trilogia originale.
Alle ortiche quindi quell’immane cazzata che è la ex-nuova trilogia di Star wars.
Alle ortiche, di filata, i primi 3 episodi, “la minaccia fantasma”, “l’attacco dei cloni” e “la vendetta dei Sith”, alle ortiche i midichlorian, jar-jar, e tutti i pupazzetti in CGI che hanno rovinato, indelebilmente, il nostro ricordo di Guerre stellari.
Alle ortiche anche Anakin marmocchio, le città disegnate col computer, Yoda che salta come un epilettico, i droidi imperiali con la faccia da capra.
“ROGER-ROGER”.
Salviamo solo il salavbile.
Il conte, Darth maul, il pianeta Kamino, Palpatine e la moto di Greviuos.
Il resto è fuffa da cancellare.
Ci voleva J.J. Abrams, con la gomma e la matita nuova, per ridare a Star wars lo splendore perduto.
Ci volevano una protagonista credibile, un degno erede di c1-p8 e un cattivo con i contro cazzi.
E, diciamocelo, l’operazione è perfettamente riuscita.
Non vado mai al cinema, ho fatto lo strappone, e l’ho fatto solo per Star Wars.
Non recensisco i film visti al cinema, io mangio solo dvd, ma faccio uno strappino, e lo faccio per Star Wars.
Si’, uno strappino, perchè questa NON è una recensione, e del Film non voglio e non devo parlare.
Parlerà lui per tutti.
Per tutti quelli che lo andranno a vedere, e per tutti quelli che non ci andranno.
Anche a loro arriveranno gli echi della galassia lontana lontana, che per fortuna, oggi, è molto piu’ vicina.
Bruciate i prequel, purificatevi, e godetevi “Il risveglio della forza.”
Dio benedica J.J.

Wolf creek 2

L’australia che conta

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No, che poi succede che ti guardi “Wolf creek 2”. Lo guardi perchè tra i blogger che ti piacciono, tanti ne parlano bene.
Poi succede anche che ti ci diverti un casino.
Perchè è bello questo Wolf creek 2.
E non si vergogna, ma anzi, si vanta, di citare tutti i film di genere.
Penso che sia un bel tributo agli slahser prima maniera, ma anche a tutto il corollario horrorifico/thriller a cui siamo abituati.
Ci sono le musiche da Arancia meccanica, gli inseguimenti alla Duel, le torture di Hostel, la follia di Texas chainsaw massacre, l’ambientazione delle colline hanno gli occhi 2…. (ok ok quest’ultima la sto un po forzando, qui siamo nell’Outback, là siamo in Messico, ma alla fine sempre di deserti si tratta), il tutto condito con la regia, didattica ma terribilmente efficace, di Greg Mc Lean.
Si puo’ contare su un villain che ormai è leggenda. Fagocita il film con una voracità impressionante ed è giustissimo che sia cosi’. Perchè Mick taylor, l’australiano col capellaccio, interpretato dallo stesso John Jarrat del primo episodio, ormai è icona e iconico almeno quanto Jason Vorhees.

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E dire che non lo volevano fare il sequel. Ci hanno impiegato qualche annetto. Alla fine l’hanno fatto. E noi diciamo grazie.
Il sequel per quanto mi riguarda è ancora meglio del primo.
Qui non si teme di mostrare dettagli.
Qui si va avanti col piedone pesante.
Ma qui, sempre qui, ci si sollazza anche con stupidate geniali che spezzano la tensione e strappano sorrisoni.
Anzi si ride proprio. Sfido io a restare impassibili davanti ai canguri che attraversano la strada…guardare per credere.
Tutto il resto è sangue. Ma fatto bene. Non gratuito, no. Solo quando serve. E in un film così serve praticamente sempre.
Buona visione

Vampire girl vs Frankenstein girl

Palati fini

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Sono goloso di caramelle, almeno quanto il mio cane lo e’ di crocchette. Mi piacciono quelle a forma di spicchio, agli agrumi, dure, non ripiene.
Sono triste di quella tristezza da ultima caramella. Ho il pacchetto ormai vuoto e scarto l’ultima prelibatezza. Il gusto e’ meno dolce del solito perché gia’ so che dopo non ne potro’ mangiare più. Sono finite. E’ davvero l’ultima.

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Ho tolto il cellophane al mio ultimo dvd di Nishimura. Non ultimo in senso temporale, ma ultimo pezzo del lotto che acquistai a suo tempo. Rimasto li’ per mesi a fare da baluardo contro il nulla cosmico che mi avrebbe atteso dopo. Contro l’appiattimento globale che avrei dovuto subire dopo. Ecco. Anche l’ultimo muro e’ crollato. Ho visto tutto il vedibile di Nishimura, compreso questo “Vampire girl vs frankenstein girl”, ora dovro’ aspettare il prossimo film, se mai ci sara’, se mai lo fara’.

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E quindi con la lacrimuccia agli occhi, mi godo il sangue finto sul musetto della protagonista, vampira, che danza tra teste tagliate e aorte che spruzzano liquidi di ogni forma e sorta, fuori e dentro lo schermo…tutta rossa la tv, come in un quadro di pollock.

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Non ve ne parlo di “vampire girl vs frankenstein girl”. Sono in vena di adulazioni contorte e non di recensioni. In fondo e’ gia visto pure lui. Non c’e’ niente da dire se non che per me e’ EPICO all’ennesima potenza. Come “tokyo gore police“, come “machine girl”, come “meatball machine”, come “helldriver“, come tutti i film del regista ultragore per eccellenza.

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Se piace il maestro sapete cosa aspettarvi.
Chiudo amaro col retrogusto (amaro pure lui) della mia ultima caramella… Aspettando il prossimo capolavoro, scongiuro le carie imminenti.

13 assassini

o sette samurai, fate voi.

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Io quando penso all’oriente non vedo ne geishe ne sushi.
Io quando penso all’oriente vedo Takashi Miike.
Takashi Miike non è il mio nippo-regista preferito. Mi piace di piu’ Nishimura. Takashi Miike mi piace quando somiglia a Nishimura.
Perchè Miike spesso e volentieri somiglia a Nishimura.
In “Ichi the killer” ad esempio.
Non nei “13 assassini”.
Con i “13 assassini” Miike mi si snatura un po. E dire che all’inizio, con la tipa nuda senza braccia avevo avuto un rantolo di speranzoso barlume.
Ma non va avanti così i “13 assassini”. Dopo 10 minuti iniziali da sballo tra harakiri e nefandezze varie, il film si adagia. Fin troppo a dir la verità.
Siamo ai confini del cinema autoriale… Miike si diverte come un matto a giocare a Sorrentino.
Ci divertiamo un pochino meno noi spettatori, che per la prima ora di girato assistiamo al lento sviluppo della trama.
Giappone feudale, samurai buoni, shogun cattivi.
Poi finalmente si comincia. Senza freno e senza moderazioni di sorta si va avanti per un ulteriore ora tra sguainate di spade, sbudellamenti, trappole, mucche incendiarie e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.
Regia lucida, impassibile, curata. Ma troppa carne al fuoco. Troppa carne. Che nel finale, dopo venti minuti di battaglia all’ultimissimo sangue tra i 13 assassini e duecento cattivi si poteva anche cambiare qualcosa, offrire una variante, o almeno una variabile…invece no.
Si procede così per un ora. Perchè, appunto, i cattivi sono duecento.
E Miike li fa morire tutti, uno per uno, davanti allo schermo.
Credo che “13 assassini” alla fine sia un buon film. Credo anche che “13 assassini” sarebbe tranquillamente potuto durare 40 minuti di meno.
Credo che se “13 assassini” fosse durato meno sarebbe stato un ottimo film.
Credo.

Honeymoon

Sposini alienati

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Credete davvero di conoscere fino in fondo chi dorme con voi, nel vostro letto, tutte le notti?
Credete davvero che gli atteggiamenti, a volte fuori luogo, a volte superficiali, del vostro partner non nascondano un segreto, un desiderio inconfessato, un’inquietudine di fondo?
Conoscete davvero tutta la verita’ sulla persona che passera’ con voi il resto della sua esistenza?
Ma soprattutto, credereste che un film quasi indipendente, con un cast di quattro attori (due dei quali si vedranno per circa cinque minuti di pellicola) girato in un unica location, da una esordiente giovanissima regista, possa farvi venire la pelle d’oca in piu’ di una inquietante situazione? Senza bisogno di assassini furiosi, di effettacci splatter, di computer grafica a profusione? Senza bisogno di fare vedere niente, perche’, forse, non c’e niente da vedere?
Honeymoon ci racconta di “honeybee”, che in realta’ e’ Beatrix. “Bea” per tutti. “Bee” per il marito, giovane quanto lei, innamorato come lei.
Bea, e’ fresca di matrimonio, passera’ la sua luna di miele in un cottage, in Canada, sulla riva di un lago, circondato dal bosco.
Nessuno intorno.
La seconda notte Bea esce di casa, cammina nel bosco, e cambia.
Per sempre.
Gustiamocelo, questo regalo inaspettato, questa piccola perla dell’horror moderno.
O forse sarebbe meglio definirla una pellicola sci-fi? Un thriller? Cronemberg e gli ultracorpi?
Guardatela, anche se non amate l’horror, anche se non amate la sci-fi, perche’ alla fine non di horror si tratta, e forse nemmeno di fantascienza.
E’ un dialogo, piu profondo di quanto non si pensi, spesso introspettivo, sui valori della coppia, della relazione, sui dubbi dell’amore e sul cambiamento intrinseco ad ognuno di noi.
Pelle d’oca appunto. Peli dritti sulle braccia conserte.
Meglio se prima della luna di miele. Per darsi il tempo di riflettere.

Ai curiosi offro gratis due note aggiuntive: il film e’ del 2014, per la regia della bravissima Leigh Janiak; la protagnista femminile Rose Leslie, ve la ricordate tutti per la sua interpretazione di “Ygritte” nel “Trono di spade”. In italico territorio, il blu ray, di ottima e pregevole confezione, copertina cartonata e booklet interno, ce lo consegna la mai troppo lodata Midnight factory di cui abbiamo gia’ parlato qui

Society (the horror)

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Sono talmente pieno di amore per questo film, e per il suo regista che non so da che parte cominciare. E probabilmente non comincero’ proprio.
Mi limitero’ a dire che se amate l’horror anni ottanta, se amate Cronemberg e le sue body-modifications, se avete visto ed adorato “Slither” non potete assolutamente perdervi “Society” di Brian Yuzna.
Se invece non ve ne frega niente di Cronemberg e “Slither” non sapete che medicinale sia, allora non dovreste comunque perdervi Society di Brian Yuzna.
Perche’ in questo secondo caso, poi, probabilmente, vorrete sapere tutto di Cronemberg e di “Slither”.
Guadagnandone in salute e moralita’.

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Il problema di fondo di questa rece e’ che di “Society” e della sua trama non voglio parlare. Perche’ questo tipo di film va assolutamente goduto senza spoiler di sorta.

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Diciamo solo che l’ultima mezz ora e’ la cosa piu’ felicemente distrubante che vi capitera’ di vedere in un film, diciamo anche che, per quanto mi riguarda, questa e’ una delle migliori horror-comedy degli ultimi vent’anni.
E probabilmente restera’ tale per i prossimi venti.

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Diciamo pure, ma solo per due righe, che c’e una feroce critica alla societa’ “che conta”, quella del vizio sfrenato e del benessere ostentato. Quella oligarchica di Hollywood, quella piaciona di Beverly hills. Ma diciamo anche che la societa’ “che conta” questa critica non la cogliera’.
Accomodatevi.

Apocalypto

Al tempo dei templi

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Che Mel Gibson sia uno tosto lo sappiamo tutti. Io lo venerero’ sempre per avermi regalato “mad max” e “arma letale”. Senza dimenticarsi di “Signs”.
Vederlo alla regia di un film sui maya in lingua maya, fa di lui un uomo piu tosto di quanto non sia già.
Che onestamente in quanti avreste scommesso sull efficacia di un film sui maya in lingua maya? Anche se con i sottotitoli?
Per me la visione e’ stata frutto di una prova d’amore.
Prova facile perché ai sottotitoli ci sono abituato e perche le storie con le civilta’ antiche di mezzo, mi affascinano sempre.
Mi affascinano ancora di più se nel mezzo, oltre agli antichi ci mettiamo anche un po di sano “gore”.
Se poi ci dovessero essere anche qualche sacrificio umano e dei costumi alla “mad max” allora sono conquistato.

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In Apocalypto gli antichi ci sono, i sacrifici umani anche, e non parliamo dei costumi alla “mad max”, che sfido io a non associare i vestitini dei maya cattivi con quelli del post-atomico per eccellenza.
Ok mancano le moto e le macchine con i corni ma in compenso c’e’ un sacco di giungla e tanta, tantissima azione.
Praticamente un “predator” pre-colombiano senza predator.
Da vedere, per imparare la lingua maya e per godere di un filmone da paura.
E se l’avete gia’ visto riguardatelo, che il “maya” non si impara così facilmente e nella vita serve sempre.

Zombeavers

Don chuck castoro e tre belle dighe

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Ogni multiforme e adorabile creatura che bazzichi da queste parti, e’ tristemente conscia del fatto che il trash sia uno dei pilastri portanti di questo blog.
Il trash come lo intendo io, come lo intendiamo noi, è sempre e solo trash “involontario”.
Parliamo di film che, vuoi per la negligenza dei registi, vuoi per il periodo in cui sono stati girati, vuoi per il vezzo di un destino crudele, pur prendendosi seriamente, finiscono, visti oggi, col risultare involontariamente ridicoli, al limite del grottesco.
Il trash come lo intendono i cineasti moderni è invece spesso e volentieri trash “Volontario”. Si sale sulla barca del vincitore (penso alla Troma) e se ne esce vincenti, almeno a livello di marketing e di chiacchericcio spiccio sulla rete.
Chi non ha assistito inerme e incredulo all’ascesa dell’Asylum, che si è inventata un nuovo modo di fare cinema, spendendo pochissimo e guadagnando uno sproposito con idee che definire malsane è dire poco?
Nel 2015 credo abbiamo visto di tutto, dagli squali volanti alle pecore assassine.
Ai castori zombie pero’, non ci aveva ancora pensato nessuno.

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Quindi eccolo: “Zombeavers”, che in italiano suonerebbe piu’ o meno come “Castorombie”. Castori assassini, appunto, e zombie.
Con tanto di morso contagioso e “castorizzazione” dei protagonisti.
Se qualcuno sta pensando al tricheco di Tusk, sappia che qui siamo lontani anni luce. La similitudine è invece molto piu’ marcata col buon “Black Sheep“, e col meno buono “piranha 3D”.
Trash Volontario, appunto, ma comunque ben fatto. Investendo soldini e tempo. Non Asylum.
Che se vogliamo è molto piu’ difficile che fare trash Involontario. Perché qui, bisogna essere abili nel cavalcare il filo che separa la commedia splatter dalla cazzata totale. E bisogna saper restare in equilibrio.
Equilibrio precario, che a volte (ma, appunto, solo a volte) Zombeavers perde, pur mantenendosi ben al di sopra della media dei titoli simili.
Godibile quindi, efficace e ridanciano, CGI-free, discretamente ricco di tette nei primi dieci minuti e degnamente splatter negli ultimi venti. Instant-cult a suo modo, pur senza aspettarsi troppo.
E siccome sono in vena di chiacchere ne approfitto anche per segnalare che il film è un prodotto della neonata collana “Midnight factory”.
Confezione sontuosa e ottima definizione, booklet con curiosità e storia del film, e un gruzzoletto di brevi extra. Che se ne parlava giusto qui, nei “cari distributori“, di quanto ce ne sia bisogno.

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All’interno un folder recita: Midnight factory: la promessa. E promette appunto edizioni di livello, packaging strepitosi e extra a volontà.
Per ora lo hanno mantenuto. Speriamo davvero continuino così. Voi se volete, intanto, gustatevi i castori.